Dicono di noi

Popolo bue

Popolo Bue: l' arte di raggirare il popolo con le parole

di Prof.ssa Fatima Leone (Liceo Classico "G. D'Annunzio" - Pescara)

Far affrontare a degli studenti, di cui una gran parte adolescenti, un monologo teatrale, non è impresa facile. Si rischia, quanto meno, un fastidioso brusio in sala, un andirivieni nelle toilette da parte dei più insofferenti, e, nel complesso, una giornata fallimentare.
Invece, alla rappresentazione del “Popolo bue” di Francesco Pompilio, di fatto un monologo, questo pubblico di ragazzi è stato magicamente affascinato dalle grandi qualità artistiche dell’attore e dalla sua trasposizione teatrale del romanzo di Orwell. Sì, perché, essere un monologo, lo è, ma solo sulla carta: Pompilio ne fa una rappresentazione corale, come di fatto il testo di Orwell, a tratti urlante, ironica, comica e soprattutto patetica, nel significato greco del termine e cioè di profonda partecipazione emotiva. Perciò lo spettatore, seguendo la mimica multiforme e le molteplici tonalità vocali di Francesco Pompilio, si convince di trovarsi di fronte ad un’intera compagnia di attori, ciascuno con le sue peculiarità espressive ed esce, alla fine, con una sensazione di leggerezza da cui emerge, però, chiaro il messaggio di Orwell, fatto criticamente proprio dal nostro Francesco, di guardare oltre le ideologie, diventate comode sovrastrutture, e oltre le parole, spesso ingannevoli sonniferi della mente.

Popolo Bue: l' arte di raggirare il popolo con le parole

di Prof.ssa Patrizia Barone (Istituto Omnicomprensivo di Città S'Angelo (Pe) "Bertrando Spaventa")

Ho assistito diverse volte allo spettacolo "Popolo bue" proposto dalla Compagnia delle rose e perché sono da sempre fortemente interessata al libro di Orwell "La fattoria degli Animali", cui lo spettacolo si ispira liberamente, e per la bravura dell'attore, unico protagonista che domina la scena con un monologo mai monocorde, monotono. In particolari momenti si accende, si anima a tal punto da creare effetti "speciali" , con un semplice megafono. E non serve la scenografia a creare atmosfera: pochi oggetti di uso quotidiano accompagnano e fanno da contorno ad una sceneggiatura a dir poco interessante e capace di attrarre anche gli alunni più disinteressati e restii a questa particolare e bellissima Arte: il teatro. Per alcuni anni lo spettacolo è stato proposto in lingua italiana e da quest'anno anche nella versione lingua mista Italiano-Inglese, con cura minuziosa della pronuncia e delle parti dialogate. Da tener presente che l'attore-protagonista ci ha fornito i dialoghi che avrebbe recitato in lingua,permettendo anticipatamente lo studio in classe a discenti e docenti. Il fine è stato quello di giungere allo spettacolo pronti a decodificane e comprenderne i contenuti. Perciò ritengo che lo spettacolo si adatti particolarmente sia ad alunni di 3° della Scuola secondaria di Primo grado, che di Secondo grado.
Alla drammatizzazione, metafora del potere, capace di manipolare l'ignoranza di popoli, segue l' incontro con l'attore, un filo diretto, un vero feedback al fine di chiarire interrogativi e curiosità . Sorprende inoltre la capacità da parte dell'attore di "tornare fanciullo" come direbbe il Pascoli, di immedesimarsi nei gusti e nei pensieri dei discenti, attratti dalla simpatia, dalla disponibilità, dalla forza che si evince dalle sue parole.
Tutte le classi terze dell'Istituto Omnicomprensivo di Città S'Angelo (Pe) "Bertrando Spaventa", Scuola Secondaria di primo grado hanno partecipato con entusiasmo; concorde e unanime è il parere degli insegnanti interessati, che ringraziano a mio nome.

"Popolo Bue": la satira di Orwell nella versione della Compagnia Delle Rose

di Cristina Squartecchia

Il "popolo", massa inerme da governare, disciplinare, piegare e persuadere secondo i regimi totalitari viene spesso associato, metaforicamente, al gregge, quell’agglomerato di pecore che per sua natura non può fare a meno della bacchetta del direttore, di colui che lo conduce per mano e dunque facile preda di qualsiasi forma di seduzione. Più che un gregge di pecore è il bue il più rappresentativo tra gli animali a meglio esprimere le sorti, in chiave metaforica, de "La fattoria degli animali" di George Orwell, per la Compagnia delle Rose nel reinterpretare in chiave teatrale questo romanzo satirico e poetico allo stesso tempo, con il titolo appunto "POPOLO BUE ovvero l’arte di raggirare il popolo con le parole". Il bue, simbolo da sempre di forza pacifica e di servitù paziente, non si configura come un animale vittima di facili inganni, come le pecore, poiché pur sottostando non si convince facilmente delraggiro. La pièce, presentata in anteprima inaugurando la XII edizione di Primotempo 2011 Printemps, la rassegna d’arte e spettacolo e nuovi linguaggi promossa dal Florian Espace di Pescara, ripercorre la trama del romanzo di Orwell riadattando il testo in maniera asettica e impersonale per mano di Francesco Pompilio, Angelo Libri e Flaminia Chizzolla. Scelta registica che consente agli ideali di libertà, uguaglianza e giustizia, con le derivate distorsioni e corruzioni, di porsi in piano. Ne consegue un’acuta critica sull’arte della persuasione e della seduzione dei mezzi di comunicazione di massa nel falsificare la realtà ad opera di poteri consolidati al fine di anestetizzare il pensiero e spegnere qualunque sintomo rivoluzionario. Sulla scena è Francesco Pompilio a fungere da attore e narratore muovendosi in uno spazio recintato a metà tra fattoria e cantiere, con il pubblico disposto attorno quasi dentro un’arena e articolato nell’insieme da una serie di oggetti come scale e utensili di vario genere, funzionali a scandire il ritmo della recitazione e i quadri delle azioni in successione temporale. Nel silenzio, da una radio si sente un discorso misto tra sermone e orazione, in cui parole come miseria, schiavitù e sfruttamento tuonano scrollando gli animi. Francesco Pompilio ora nei panni del Signor Jones, proprietario della Fattoria Padronale, si sveglia e si accorge del tumulto degli animali mosso contro di lui che lo costringe a scappare. Il Vecchio Maggiore (il più anziano tra i maiali e che nel romanzo Orwell lo identifica a Marx) ha già scosso il cuore delle bestie a ribellarsi all’asservimento a cui sono da sempre sottoposti e porre fine ad un sistema tirannico. Egli invita tutti gli animali della fattoria a edificare una collettività autonoma dall’uomo, poiché causa e carnefice delle loro sofferenze, e basarla sui principi dell’animalismo sintetizzato in sette comandamenti, tra cui: NESSUN ANIMALE UCCIDERA’ UN ALTRO ANIMALE e TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI. La fattoria degli animali ottiene così un periodo di florido splendore: ognuno contribuisce alla produzione offrendo le proprie abilità, il benessere prolifera tra loro ed uno spirito di soddisfazione e serenità inonda il cuore di tutti. Purtroppo, questa sorta di età dell’oro, non è destinata a durare a lungo. Tra i maiali, coloro che sono stati definiti dalla maggioranza i più idonei ed intelligenti nelle funzioni organizzative e direttive della fattoria, si fa sempre più acuta la contesa tra Palla di Neve e Napoleon. Questa è stata la causa scatenante che ha determinato la fine di un periodo di prosperità e un lento ma inesorabile ritorno ad una regime totalitario, peggiore di quello del signor Jones. Napoleon prende con forza il potere e la direzione della fattoria, facendo fuori il suo avversario e instaurando un periodo di terrore, dittatura e lavori forzati. Gli animali della fattoria, ridotti a carne da macello, hanno visto tradire i comandamenti da loro fondati, le speranze vanificarsi di fronte al dispotismo dei maiali che hanno assunto fattezze nemiche quasi umane, travisando, manipolando la realtà grazie all’ignoranza delle masse per mezzo della disinformazione. Francesco Pompilio ci conduce in questa favola, con sarcasmo e rigore, costruendo una partitura di azioni puntuale e calibrata per ogni scena, in sintonia con le musiche curate da Filippo Savino, in grado di ricreare l’atmosfera della narrazione. Tra silenzi e lavori domestici racconta quello che accade richiamando l’attenzione del pubblico che si fa suo unico interlocutore, modulando con la voce i vari personaggi che si trova a sua volta ad interpretare. Il triste epilogo della piéce non fa che acuire l’amarezza e la disillusione celate dietro l’inganno e rinforzare quel senso d’impotenza di fronte alle dittature, quando F. Pompilio scopre la contraffazione degli ultimi due comandamenti: NESSUN ANIMALE UCCIDERA’ UN ALTRO ANIMALE SENZA MOTIVO e TUTTI GLI ANIMALI SONO EGUALI, MA ALCUNI SONO PIU’ EGUALI DEGLI ALTRI. Una "favola per adulti" questo è stato l’intento che ha guidato Orwell nella sua stesura tra 1937 al 43’, in un periodo così colmo e torturato dai totalitarismi, invitando a sviluppare quello spirito critico, a servirsi del beneficio del dubbio, come guida in un mondo che spinge all’annientamento umano. Ieri come oggi si fa ancora più forte il monito dello scrittore inglese, che la Compagnia Delle Rose ci ricorda, nel difendere la liberta di pensiero, dubitare per non essere pecore e schiavi come buoi, per non farsi raggirare da ingordi maiali, ma coltivando sempre e comunque la propria umanità.

Teatro Florian, Pescara - 30 aprile 2011

Popolo Bue: l' arte di raggirare il popolo con le parole

di Giulia Gancaterino

Francesco Pompilio giovane attore Pescarese ha messo su uno spettacolo liberamente ispirato al romanzo di Orwell “La fattoria degli animali” dal regista Angelo Libri, la sceneggiatrice Flaminia Chizzola e lo stesso Francesco Pompilio, unico attore dello spettacolo. «Tranquilli – dice all'inizio – sarà difficile annoiarsi perché la rappresentazione è stata pensata in modo interattivo. Il palco verrà trasformato in una specie di arena, in cui il pubblico sarà coinvolto in prima persona». Lo spettacolo viene interamente gestito dall’attore, unico personaggio, il quale è sia narratore sia protagonista. Lo spettacolo inizia con la voce fuori campo di Teo Bellia, apprezzato doppiatore italiano, che rappresenta il Vecchio Maggiore, fautore delle idee rivoluzionarie degli animali nella fattoria, i quali in un momento inaspettato si ribellano al padrone Jones perché stufi di essere schiavi degli uomini e in cerca di libertà. Si accorgeranno però che è più facile ribellarsi per essere liberi che rimanervi. Il potere se mal gestito rende schiavi, è questo il messaggio dell'opera, mantenere la libertà senza una giusta e democratica amministrazione non è realizzabile, uomini e animali in egual misura vengono corrotti dal potere. Lo spettacolo viene definito una “favola per adulti” ed è una versione drammatizzata del romanzo di George Orwell ed evidenza sino al suo termine l’ignoranza del popolo, incapace di reagire ai soprusi che il potere mette in atto. Al termine dell’ esibizione Francesco Pompilio si è fermato a rispondere alle domande dei ragazzi, non limitandosi alla chiarificazione della domanda ma inserendo interventi profondi, ricchi di insegnamenti ed argomenti di attualità, utilizzando per rispondere un velo di ironia per mantenere vivo l’ interesse dei ragazzi, perché questo è il suo vero obbiettivo, creare un nuovo interesse per il teatro, lui stesso afferma: “ La nostra idea è quella di fare spettacoli alla portata di tutti e, in particolare, dei ragazzi, puntando sul cosiddetto teatro narrativo. È un modo per convincere anche i più scettici ad avvicinarsi al teatro e per tentare di reinventarsi in questo difficile momento storico”.

In scena con Francesco Pompilio

Eugenio Cairone

Nei luoghi cari a Pirandello al Caos, in una magnifica cornice allestita a casa dell’avvocato Galluzzo, l’attore abruzzese Francesco Pompilio ha incontrato il pubblico agrigentino portando in scena “Popolo bue, ovvero l’arte di raggirare il popolo con le parole”. Si tratta di una singolare e suggestiva rappresentazione teatrale liberamente tratta dallo stesso Pompilio dal romanzo satirico di George Orwell “La Fattoria degli animali”. Il giovane attore con un monologo di oltre un’ora in cui non sono mancate allusioni a quella che potrebbe essere la realtà dei nostri giorni, ha rappresentato la capacità di manipolare la “Comunicazione”, cioè l’informazione, a danno di un popolo che non sa minimamente reagire ai soprusi. Il risultato ottenuto dal lavoro del giovane attore abruzzese è quello di mettere lo spettatore davanti ad una realtà, se vogliamo imbarazzante e triste, che costringe a chiedersi come sia possibile vivere oggi situazioni da “Fattoria degli animali”. E a proposito di informazione e Potere, viene da pensare alla devastante proposta di legge di qualche esponente del Pdl per comprimere la libertà di informazione. Non solo manipolazione quindi. Intanto la serata, alla presenza dell’attore agrigentino Paolo Macedonio, è servita a far conoscere ed apprezzare Francesco Pompilio. Il giovane si è meritato, anche per la sua simpatia, gli applausi dei presenti con un grande “in bocca al lupo” per la sua carriera artistica sicuramente ricca di soddisfazioni come quelle ottenute al Caos.

18 agosto 2013

Roma Fringe Festival: il grado zero del teatro e il meglio dell’Off

di Andrea Pocosgnich

Alcuni l’hanno descritta come una piccola rivoluzione, altri come una novità assoluta, il Roma Fringe Festival, ora arrivato al termine, può rivelare almeno in parte qual è stato l’impatto sulla città e sulla cultura teatrale. Chi scrive ha seguito parte dell’evento a Villa Mercede, un gioiellino ottocentesco nel cuore del quartiere San Lorenzo, assistendo al maggior numero di spettacoli possibile nella prima settimana, con alcune incursioni nelle settimane successive, più la finale del 15. Cos’è stato questo Fringe? Nel nome fieramente si porta dietro le illustri parentele di Edimburgo e Avignone, ma senza la “copertura” dei due festival istituzionali che dai rispettivi Off vengono attraversati. Il Fringe romano è stata un’allegra e disordinata giostra del teatro con spettacoli per tutti i palati. Sotto l’insegna del Teatro Off, assurta ormai a definizione mitologica, nelle 54 proposte è effettivamente rientrato un po’ di tutto. Ora se è vero che generalmente col termine Off si intende tutta una geografia artistica ai margini degli spazi e delle economie ufficiali, non sempre questa etichetta è sinonimo di qualità. Eppure anche in questo caso il messaggio passato è stato proprio l’opposto: “Al Fringe il meglio del Teatro Off” Ma torniamo a Villa Mercede. Se l’associazione promotrice dell’evento, Artiflex, che mise l’iscrizione a bando – le compagnie hanno pagato 330 euro per tre serate – ha un merito, è quello di aver rilanciato una proposta di parco del teatro, con la capacità di abitare un luogo pubblico riuscendo a trasformarlo in luogo di incontro per la cittadinanza, obiettivo primario del fare teatro. Salendo da via Tiburtina all’interno della villa il percorso è animato da un mercatino di artigianato e dai bar, seguendo i sentieri che portano nei pressi della biblioteca e di una vecchia pista di pattinaggio si giunge ai tre palchi. Minimali, in legno e tubi innocenti, con pochi fari e qualche quinta. In vero stile Fringe le compagnie più intraprendenti iniziano a farsi pubblicità sin dal giorno precedente al debutto, flyer e qualche chiacchiera le uniche armi per evitare di trovarsi di fronte a una platea mezza vuota o composta di soli amici e rischiando così di non capitalizzare l’investimento; chi già ha nel proprio spettacolo un prologo in mezzo al pubblico (è il caso di Gente di plastica di Costellazione Teatro), esegue delle brevi performance per coinvolgere gli spettatori in attesa agli altri palchi. Tutte le compagnie a turno occupano i tre segmenti della timeline: 20,30, 22 e 23,30, ognuno con le proprie gatte da pelare: chi dà il via alle danze in prima serata può gestire con più calma la parte tecnica – montare la scena, puntare le luci – e andare sul sicuro per quello che riguarda gli infidi radiomicrofoni, la cui perdita di segnale e conseguente afonia dell’attore è stata puntuale come la nuvoletta di fantozziana memoria, ma allo stesso tempo ha a che fare con il sole ancora intento a liberarsi degli ultimi raggi e con il traffico cittadino; negli orari di seconda e terza serata il buio finalmente accompagna gli artisti, ma l’affluenza del pubblico diminuisce con il trascorrere del tempo e gioco forza le batterie dei radiomicrofoni danno forfait proprio nel bel mezzo dello show. Inevitabilmente chi osa per numero di attori sul palco o per dotazioni tecniche viene punito e si ritrova con la proiezione della malefica schermata di Windows sul fondale. Tutto questo senza contare gli ulteriori imprevisti quali il rumore di un accanito match di calcio balilla nelle vicinanze o il classico aereo che sorvola i cieli romani. Nulla di strano e di nuovo per un festival all’aperto, appena nato e nel quale si vogliono far convivere anime artistiche, culturali e sociali diverse tra loro. Ora, la domanda che bisognerebbe porsi è relativa invece proprio alla tanto agognata qualità: i 54 spettacoli in rassegna – e anche in concorso dato che in premio c’è la possibilità di andare al New York Fringe Festival con un contributo di 2500 euro –sono il meglio del panorama off romano e nazionale? La risposta va cercata ancora nella definizione “Off”. Con questo termine intendiamo quelle espressioni teatrali costrette a vivere al di là del guado che delimita il teatro istituzionale degli Stabili, ma che hanno creato a fatica un circuito parallelo nazionale, e talvolta non solo. E questo proprio in virtù della qualità delle proposte, della ricerca sui linguaggi e sulle tematiche contemporanee, una fitta ramificazione di percorsi sempre più in difficoltà, ma sempre capace di rimodulare il proprio intervento cambiando rotta ogni qualvolta i venti delle economie e della politica si fanno avversi, creando una disordinata, ma viva, spina dorsale di eventi e festival dal Trentino alla Sicilia. Se così è, allora il Fringe romano non ha rappresentato questo teatro off, che appunto già ritrova sé stesso in altre decine di manifestazioni. C’è dunque una connotazione anagrafica? In parte, ma non esclusivamente. Anche in questo senso il panorama degli iscritti a Villa Mercede è stato variegato. Se invece col termine Off intendiamo tutto ciò che è anche oltre i margini sopra descritti, ovvero un pullulare di formazioni teatrali fuori da qualsiasi circuito oppure alle primissime esperienze allora la situazione si complica, ma ben registra l’atmosfera del Fringe romano, con un parterre sicuramente più vicino alla corrida televisiva che al teatro d’arte. Come in qualunque show di amatori allo sbaraglio di certo c’è il tempo per il talento, per l’inaspettato, ma in un programma così fitto anche l’organizzatore o il critico più assiduo faticherebbero a trovare proposte soddisfacenti. Nelle mie serate ho avuto l’occasione dunque di incontrare un grado zero del teatro in cui si poteva assaggiare un po’ di tutto: dall’improbabile testo su Cassandra al tentativo di sproloquio ironico-filosofico sulla defecazione come metafora dell’ordine sociale, passando al dramma tardo-adolescenziale tinto rosso sangue, all’immancabile spettacolo di improvvisazione (genere che mi arrischierei a definire più sportivo che artistico), fino allo spettacolo-spot sul tema della violenza sulle donne. Ad accomunare la maggior parte delle proposte è proprio quest’appartenenza al grado zero inteso talvolta come netta incapacità di gestire un linguaggio che dovrebbe essere il costrutto del proprio discorso artistico. Facile perciò imbattersi in recitazioni monotone, corpi disabitati da qualsiasi ricerca fisica e cliché in abbondanza, figli di un teatro morto e sepolto, quello degli stabili appunto, ma che qui si manifesta palesemente in quanto non può neanche nascondersi sotto il fascinoso velo della tecnica. Riusciamo a salvare alcune sporadiche apparizioni: Binario 2 della compagnia Eternit, un monologo intimo e commovente, ben recitato, con coraggio e semplicità; oppure il lavoro della compagnia D.M.A., creatrice negli anni di un gruppo integrato capace di far incontrare arte e disabilità, nel fuoco di un teatro-danza che in Le Notti Bianche ben mescola l’ammirazione per la Bausch al lavoro sulla parola; forse il più riuscito di quelli a cui mi è capitato di assistere, Sotto Berlino, viaggio nella Germania nazista della compagnia napoletana Tavole da palcoscenico con il testo di Gianni Guardigli, un’ottima prova registica e interpretativa, a volte ridondante nell’uso delle musiche e nel trattamento delle emozioni, ma riuscita e di qualità. Da non dimenticare, infine, Popolo bue di Francesco Pompilio, libera (ma abbastanza fedele) trasposizione monologante della Fattoria degli animali di George Orwell, arrivato in finale e vincitore morale in quanto unico tra i tre spettacoli finalisti a tentare una rielaborazione metaforica del presente, a utilizzare insomma il teatro come riflesso della realtà contemporanea. Per la cronaca ha vinto Horse Head, uno spin-off de Il Padrino scritto dall’australiano Damon Lockwood e interpretato da Diego Migeni e Sebastiano Gavasso per la regia di Leonardo Buttaroni, commedia infarcita di citazioni da mainstream hollywoodiano e gag da cabaret televisivo. Ma alla giuria “di qualità” tanto è bastato per far sì che la parodia de Il Padrino made in Italy vincesse i 2500 euro di produzione per sbarcare a New York e rappresentare così il panorama off del teatro italiano. In questa giostra ahimè consolatoria dove tutti hanno la propria possibilità di esibirsi in pubblico per tre serate – basta iscriversi per tempo – e ambire al viaggio nella Grande Mela emerge una costante del panorama teatrale degli ultimi tempi: la crescita continua, per numero, di coloro che potremmo definire come “i praticanti del teatro”. Fenomeno quasi inspiegabile in un paese dove non esiste un’educazione teatrale nelle scuole e dove la politica ha ormai abdicato a qualsiasi forma di progettazione. Il rischio è quello di un orizzonte dove la cultura teatrale e la ricerca su di essa arrancano a differenza della spinta a calcare le assi della scena da parte di un plotone di artisti e teatranti per hobby, intrattenimento o vocazione. Ma forse per intuire tutto ciò non c’era bisogno del Fringe. Andrebbe dunque ripensato il discorso sulla mappatura del teatro off. Volendo mantenere lo spirito del Fringe nel quale l’investimento delle compagnie è un passaggio fondamentale in un primissimo approccio all’esibizione pubblica (certo non può rimanere una costante nella vita di un artista soprattutto quando interviene il merito), queste realtà andrebbero fatte però dialogare con quelle che della ricerca teatrale hanno fatto il proprio percorso di vita. Mentre anche su questo punto il calendario del Fringe pone poche questioni: se da una parte si ha avuto il coraggio di organizzare una serie di incontri pomeridiani sul teatro e sulla società con studiosi, artisti e giornalisti, il confronto sulla scena con gli artisti affermati è stato ridotto a un panorama abbastanza piatto e di facile richiamo televisivo con Johnny Palomba, Francesco Montanari, Giorgio Tirabassi e Diego Bianchi, eccezion fatta per una serata dedicata al lavoro di Emma Dante, ma solo in video. Troppo poco rispetto ai labirinti, la varietà e la creatività con cui la scena contemporanea ha scritto la storia del nostro teatro negli ultimi 20 anni. Si vuole un parco del teatro? Si vuole far incontrare tra di loro le anime più distanti che compongono il panorama teatrale italiano e allo stesso tempo dare la possibilità a chi è alle prime armi di arrivare al pubblico ed essere visionato da critici e operatori? Soprattutto c’è l’intenzione di creare nuovo pubblico e di educarlo a un teatro artistico? Allora i mondi da far incontrare sarebbero molteplici e i sistemi produttivi ed economici dovrebbero mescolarsi. Non basta importare un marchio o un’idea dalla Scozia per creare cultura dal basso.

16 luglio 2012

"PALLA AL CENTRO" a Pescara

di Mario Bianchi

È stata Pescara a far da cornice quest'anno alla sesta edizione di “Palla al centro” la vetrina del teatro ragazzi delle compagnie del centro Italia. E così dopo le prime edizioni realizzate da Eventi Culturali/Teatri Comunicanti, all'interno del festival internazionale “I teatri del mondo” di Porto Sant'Elpidio, quest'anno la manifestazione è stata organizzata dal Florian Teatro Stabile d'Innovazione ed è altresì intenzione dei promotori : Teatro del Canguro, Teatro Linguaggi, Teatro Pirata, Uovo, Florian, Teatro dei Colori, Fontemaggiore, I Teatri del mondo riconsiderare la vetrina in modo ancor più itinerante, spostandola successivamente negli altri capoluoghi delle regioni protagoniste dell'evento. A Pescara dal 6 al 9 Luglio per questa edizione 18 compagnie si sono avvicendate dalle 10 di mattina fino a mezzanotte tra spazi all' aperto e al chiuso sui palcoscenici del Teatro D’Annunzio, l’Auditorium Flaiano, l’Aurum, il Museo delle Genti d’Abruzzo, l’Auditorium Petruzzi. 18 compagnie provenienti dalle Marche e dall'Abruzzo a cui quest'anno si sono aggiunte quelle dell'Umbria . Bene hanno fatto gli organizzatori di questa prima edizione di Palla al centro “allargata” a non porre filtri alla partecipazione dei gruppi che si proponevano, sia per compiere una prima analisi dell'esistente sia per permettere alle diverse realtà poco conosciute di confrontarsi finalmente con l'occhio esterno dei numerosi organizzatori giunti da tutta l'Italia a Pescara. Va da sé quindi che il livello della vetrina sia stato particolarmente basso anche se ci sono state alcune creazioni di grande valore due su tutte “Nessun dorma” della compagnia Bertolucci Fabiani e “Storie appese ad un filo” del Teatro del Canguro (oltre ovviamente al delizioso divertissement di teatro di figura già recensito e che ha avuto una giusta menzione al Premio Scenario Infanzia “Piano” della compagnia 7/8 chili. Comunque in molte delle produzioni viste a Pescara ancora una volta è invalsa l'idea che il teatro-ragazzi sia una forma di teatro facile da realizzare che ha bisogno di pochi mezzi scenici spesso raffazzonati dove al centro vi sono sempre due elementi costanti la narrazione ed il camuffamento. Bastano due bauli per fare un letto, due mobili stile ikea per fare un albero, un paio di baffi appicicaticci perché un'attrice diventi un contadino, che lo stesso attore possa interpretare cinque personaggi diversi cambiando solo il cappello e che i bambini per divertirsi abbiano sempre bisogno di un racconto, non importa poi se la parola si faccia carne sul palcoscenico come accade per esempio con Francesco Pompilio che in “Popolo bue” riesce benissimo a narrare una storia esemplare come “La fattoria degli animali” cambiandosi significativamente e semplicemente di vestito.